Il mondo del giallo ci presenta da tempo, accanto alle classiche figure dell’investigatore privato caro alla letteratura anglosassone e dell’investigatore istituzionale (appartenente alla polizia o alla magistratura) più congeniale alla lettura continentale, un variegato insieme di figure investigative non propriamente riconducibili a queste tipologie astratte; privati cittadini che investigano occasionalmente o amatorialmente, senza fare di questo una professione (fra i classici, a dire il vero, già la Miss Marple di Agatha Christie sarebbe assimilabile a questa definizione), o, per altro verso, personaggi per così dire vicini agli investigatori istituzionali, ma non identificabili con gli stessi, come avvocati, consulenti o esperti in determinate discipline criminalistiche.

Adriano Panatta, l’investigatore dal nome impegnativo creato da Giorgio Serafini Prosperi, è un esemplare di questa varia tipologia, ma con caratteristiche particolari. Commissario di polizia, che a seguito di uno spiacevole episodio è stato allontanato dal servizio attivo, si trova tuttavia a indagare ancora, ma da comune cittadino, avvalendosi delle sue conoscenze nell’ambiente, dei suoi rapporti con gli ex-colleghi e, in certi casi, dell’uso disinvolto del suo vecchio tesserino per ottenere informazioni. Lo avevamo lasciato nel precedente romanzo “Una perfetta geometria” alle prese con un’indagine in cui era costretto a fare in qualche modo i conti con il proprio passato, cercando e raggiungendo un proprio equilibrio personale in parallelo con il risultato positivo dell’investigazione. Lo ritroviamo in “Chi di spada ferisce” (Enne Enne Editore, 2018) con il ricordo dell’errore che ancora non gli consente di fare il commissario e della lotta vittoriosa con una forma di dipendenza da cibo, e con la constatazione delle fallimentari esperienze con le donne, da cui viene distolto da una notizia diffusa dalla radio che ascolta durante un esercizio in palestra: Lorenzo, che ai tempi del liceo componeva con lui e con un altro compagno un trio inseparabile di amici, divenuto poi sacerdote e missionario dopo essere stato coinvolto in un incidente in cui trovava la morte un giovane con cui aveva una relazione omosessuale, è stato arrestato per un fatto di pedofilia.

Ancora una volta, Adriano indaga scavando nei fatti e, contemporaneamente, nel suo passato. Un passato che questa volta riguarda il suo rapporto con l’amico di una volta, e riemerge nelle spinte contrastanti dell’incredulità che quel Lorenzo di allora, per come lo conosce, possa aver fatto quello di cui è accusato, confermata dall’apprendere che l’amico ha speso la sua attività di missionario in Africa anche per combattere i traffici illegali di migranti minorenni destinati al mercato della pedofilia, e della diffidenza insorta a suo tempo per quella omosessualità non rivelata agli amici e per quella scelta vocazionale con gli stessi non condivisa, rafforzata dall’atteggiamento di Lorenzo, che rifiuta l’aiuto di Adriano e sembra intenzionato a non difendersi. Tanto che nell’indagare Adriano ritroverà parte di quel passato in Sicilia, collocazione di un centro per lo smistamento dei migranti che aveva attirato l’interesse di Lorenzo prima dell’arresto, ma anche luogo di origine della famiglia di Lorenzo e scenario di momenti importanti della giovinezza dei tre amici.

In questo, come nell’avventura precedente, il personaggio di Adriano è quello di un investigatore privato in un senso, però, diverso da quello consueto. Non più investigatore in veste ufficiale, non torna sul campo per acquisire meriti che gli consentano di recuperare quella funzione, che ormai sembra ritenere definitivamente perduta; ma investigatore per ragioni personalissime, nella prospettiva delle quali la verità che ricerca gli interessa, oltre e forse prima che come mezzo per assicurare giustizia, in quanto importante per la sua vita. Un obiettivo che perseguirà tenacemente entrando in contatto con un ambiente torbido e inquinante, che lo porrà in una condizione non solo di estraneità, ma di contrasto con gli apparati investigativi ufficiali; e lo costringerà a chiedere l’ausilio di una giornalista e perfino di uno scrittore impegnati in ricerche sui traffici pedofiliaci, per superare la solitudine di un investigatore così “privato” da risultare singolare, e pertanto estremamente interessante, nell’attuale panorama del giallo italiano.

Alla prossima

Carlo Zaza

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