La letteratura, fra le altre cose, è magica; e una delle sue magie più riuscite è quella di far viaggiare il lettore nel tempo e, addirittura, attraverso le varie fasi del tempo. La direzione univoca del tempo dal passato al presente, che è nella nostra comune esperienza, non esiste per lo scrittore; e, di conseguenza, neppure per il lettore.

In un suo precedente romanzo, “La dama rossa”, Giada Trebeschi ci aveva già presentato una vicenda che collegava due epoche della storia italiana, il rinascimento e il periodo fascista; l’ambientazione della storia, però, era nella seconda epoca, mentre la prima vi emergeva a tratti dalla lettura di un manoscritto proveniente da quell’epoca. In questo “L’autista di Dio” (Editrice Oakmond Publishing, 2017), invece, la vicenda si articola in due storie ambientate in epoche distinte, una prima nel 1938, ancora nell’Italia fascista e nel periodo in cui il regime di Mussolini era ormai succube di quello di Hitler, e una seconda in un recentissimo passato o sostanzialmente, se vogliamo, nel presente, ossia nel 2013; e le due storie procedono parallelamente, offrendo al lettore rapide incursioni alternate nell’una e nell’altra.

Sono storie incentrate su eventi delittuosi, fra i quali risaltano efferati omicidi; e si svolgono pertanto come detective stories, che vedono però come protagoniste, in primo piano rispetto agli apparati investigativi ufficiali, due donne: Anna, la figlia di un industriale bresciano vittima di un omicidio commesso nel 1938, e Alba, una storica dell’arte incaricata nel 2013 della consulenza su un quadro proveniente dalle razzie effettuate in Italia dai nazisti, e che in questo incarico finisce per trovarsi coinvolta nell’omicidio di una persona che avrebbe potuto fornire informazioni sulla provenienza dell’opera. E a collegare le due storie, anche in questo caso, è un manoscritto; un diario, per l’esattezza, scritto nel 1939, ma la cui lettura fornirà indicazioni preziose per spiegare i fatti del 2013.

Sullo sfondo, nel 1938, il depauperamento delle opere artistiche da parte del regime nazista e le incombenti minacce per la libertà e la vita degli ebrei, e le eroiche azioni di alcuni coraggiosi cittadini italiani dirette a salvare le une e gli altri; e, nel 2013, le attività illecite della criminalità organizzata e l’intreccio delle stesse con le realtà economiche. Contesti nei quali si muovono, accanto a quelli immaginari del romanzo, anche personaggi realmente vissuti e purtroppo non sempre degnamente ricordati, come Rodolfo Siviero, infaticabile ricercatore, nel dopoguerra, di opera d’arte italiane trafugate, e numerosi altri.

Vi è poi, in comune alle due storie, la passione per la guida sportiva dei veicoli a motore. Una passione che traspare nel personaggio che dà il titolo al romanzo; che si manifesta nel racconto dell’ultima edizione agonistica della celebre corsa Mille Miglia, svoltasi proprio in quell’anno 1938, e della quale si immaginano partecipi quel personaggio ed altri, fra i quali la stessa Anna; e che si rivelerà, infine, provvidenziale anche per Alba.
Dire di più, sarebbe troppo; perché il piacere di questa lettura è nella graduale scoperta di una realtà dei fatti per molti aspetti sorprendente. Della chiave di questa lettura, invece, si può parlare. E cioè di una tecnica narrativa che gioca efficacemente sui due piani temporali, percorrendo i quali il lettore, passo dopo passo, raggiunge la visione completa della storia; perché, se finora abbiamo parlato di due storie, quella che alla fine si rivela, nella progressiva convergenza dei punti di vista del passato e del presente, è una storia unica, nella quale i fatti avvenuti nel presente trovano le loro radici e la loro spiegazione in quanto avvenuto nel passato.

Come nei precedenti romanzi di Giada Trebeschi, la dimensione del giallo si inserisce perfettamente in quella storica, nella quale l’autrice mostra ancora una volta la sua competenza; e in questo caso anche in quelle della politica dell’epoca passata e dell’attualità nella parte della storia (a questo punto possiamo definirla in questo modo) che si colloca nel presente, in un quadro che offre diverse prospettive di lettura e, anche, di conoscenza. Prospettive fra le quali vi è quella femminile delle due donne protagoniste delle indagini; la cui femminilità, a differenza delle investigatrici del giallo classico, non rimane ai margini della storia, ma contribuisce a determinarne il corso e ne è a sua volta mutata, dando vita a due personaggi che rimarranno impressi nel lettore.

Alla prossima

Carlo Zaza

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